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La storia del Volo

Il desiderio di staccare i piedi da terra viene molto prima di qualunque macchina capace di farlo. Dedalo e Icaro sono la versione che conosciamo tutti, e quasi ogni civiltà ne ha una sua. Per secoli l'unico riferimento tecnico disponibile è stato il volo degli uccelli, osservato con attenzione ossessiva nella speranza di copiarlo.

Dal mito ai primi che si sono staccati da terra

La vite aerea disegnata da Leonardo da VinciLeonardo da Vinci (1452-1519) ha lasciato centinaia di disegni sul volo: ali battenti, la vite aerea che è il più citato di tutti, un paracadute a pianta piramidale. Nessuno di quei progetti ha volato, e il limite che li fermava è lo stesso che ha fermato tutti fino all'Ottocento: la muscolatura umana non produce la potenza necessaria a battere un'ala abbastanza grande da sollevare chi la indossa.

La strada che arriva fino a noi comincia in Germania con Otto Lilienthal. Fra il 1891 e il 1896 costruì e provò una serie di libratori che oggi riconosceremmo al primo sguardo: infilava le braccia nella struttura centrale, all'altezza del baricentro, e governava la traiettoria spostando il corpo in avanti, indietro e di lato. Decollava di corsa lungo un pendio controvento, e per averne uno a disposizione tutti i giorni se ne fece costruire uno artificiale vicino a Berlino. Ne uscirono circa duemila voli e il primo corpo organico di dati sperimentali sul volo planato che qualcuno avesse mai messo insieme. Quei dati sono costati cari anche a lui: morì nell'agosto del 1896, il giorno dopo essere caduto con uno dei suoi apparecchi.

Sette anni più tardi, il 17 dicembre 1903 a Kitty Hawk, in North Carolina, Orville e Wilbur Wright fecero volare il primo velivolo a motore pilotabile. Partivano proprio dai dati di Lilienthal, che avevano studiato e in buona parte rifatto da capo in una galleria del vento costruita da loro. Da quel momento l'aviazione prende una strada fatta di motori e di pesi crescenti, e per mezzo secolo il volo senza motore resta una faccenda di alianti pesanti, costosi e con un hangar dietro.

L'ala che ha rimesso in aria le persone comuni

Schema dell'ala flessibile di Francis RogalloLa svolta arriva da un programma di ricerca spaziale. Francis Rogallo, ingegnere del centro di ricerca aeronautica di Langley (il NACA, che nel 1958 sarebbe diventato NASA), lavorò con la moglie Gertrude a un'ala flessibile autostabile, priva di struttura rigida: prende forma in volo per effetto della pressione dell'aria e la mantiene da sola. Il brevetto è del 1951. L'idea era usarla come paracadute pilotabile per riportare a terra le capsule del programma Gemini con un atterraggio guidato invece dell'ammaraggio. Fu sperimentata a lungo e alla fine accantonata.

L'ala però aveva già trovato un altro pubblico. Chi sperimentava il volo a vela se ne accorse subito, e negli anni Sessanta due australiani, Bill Moyes e Bill Bennett, la modificarono fino a farne un aquilone governabile con lo spostamento del peso e trainabile da un motoscafo: si saliva appesi al cavo, si sganciava, si planava. In questa forma il volo libero arriva in Europa.

Come è arrivato in Italia

Nel settembre del 1969 Alfio Caronti era a Copenaghen come preparatore atletico della squadra italiana di sci nautico, ai Campionati del mondo. Negli intervalli Moyes si esibiva a traino: saliva a circa 200 metri, sganciava e planava davanti alle tribune, con un aquilone non planante detto "pentagonale", disegnato dall'americano Ken Tibado. Durante una delle esibizioni quotidiane Moyes atterrò male sulla spiaggia e si ruppe un braccio. Con la tournée americana ormai compromessa vendette l'attrezzo a Caronti, che lo pagò 430.000 lire trovate con l'aiuto di Franco Carraro, allora presidente della Federazione sci nautico.

Tornato in Italia con il primo deltaplano mai approdato in Europa, Caronti volò al traino insieme al fratello Ivan. Il 4 novembre 1971, dai Murelli sopra Moltrasio sul lago di Como, decollò con le proprie gambe da 1.400 metri di quota: il primo volo autolanciato in Europa, e uno dei pochissimi al mondo a quella data.

Poi, nel 1974, quasi per gioco, la cosa si moltiplica. Diversi pionieri, così definiti da chi era benevolo mentre l'opinione pubblica li considerava semplicemente dei pazzi volanti, cominciano a costruirsi in casa degli oggetti strani capaci di librarsi in aria, riprendendo per conto proprio il sogno di Icaro che l'uomo comune aveva abbandonato da tempo infinito. Ci voleva spirito d'avventura, o forse la parola giusta è incoscienza.

I materiali della prima ora conviene elencarli, perché raccontano il seguito meglio di qualunque commento: polietilene, bambù, fili da stendere i panni chiusi con i morsetti, graffette, tubi di alluminio, manici di scopa e bulloni di recupero. Nel giro di pochi anni la parte strutturale raggiunge un livello di decenza esteriore; il comportamento aerodinamico resta in un limbo molto più a lungo.

Quello che è costato imparare

Le prime case costruttrici hanno usato con disinvoltura i piloti stessi come collaudatori dei mezzi che mettevano sul mercato. Le strutture sono diventate più solide, il comportamento in volo più prevedibile e le prestazioni più alte sulla base degli incidenti, cioè leggendo a posteriori che cosa si rompeva e in quali condizioni. La nostra storia è costellata di tappe di questo tipo, tristemente legate a catene di incidenti: ognuna ha chiuso un periodo e ne ha aperto un altro, con mezzi migliori e con più conoscenze in mano a chi li usava.

Molto di quello che oggi diamo per scontato viene da lì. Il paracadute di soccorso, per esempio. Nessuna legge lo impone e nessun regolamento di federazione lo rende obbligatorio: resta una scelta del pilota, e lo portano ormai tutti. Ci sono voluti anni in cui la cosa faceva ancora discutere parecchio.

Da qui in poi

La storia si divide, e continua nelle altre pagine di questa sezione.